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lunedì 26 gennaio 2015

Serata tipo - Spaventiamoci un poco!

Sono sempre carine e piacevoli quelle serate organizzate con amici e i rispettivi partner, tra manicaretti e film... Rigorosamente horror. Perché, ammettiamolo, spaventarci senza conseguenze fisiche, o reali, ha la sua ragion d'essere. Bando alle ciance e partiamo con questo nuovo abbinamento, sperando che vi possa aiutare nel realizzare una serata perfetta tra amici. Vi proponiamo un dolce semplice, leggero, ma sempre gustoso, ovvero la Torta alla nocciola con gocce di cioccolato. Per accompagnare una bella fetta di cotanto dessert, eccovi una tra le ultime fatiche horror americane: Ouija. Non molto riuscito a dirla tutta, però ha il suo perché.


La ricetta
Torta alla nocciola con gocce di cioccolato





INGREDIENTI per 8 persone:

-          4 uova;
-          150 g. di zucchero;
-          150 g. di farina di riso;
-          150 g. di nocciole pelate;
-          125 g. di yogurt alla nocciola;
-          buccia grattugiata di un arancio;
-          1 bustina di lievito per dolci;
-          1 cucchiaio di cannella macinata.


PREPARAZIONE

Sbattere con una frusta i tuorli, aggiungere lo zucchero, lo yogurt, le chiare montate a neve, la cannella macinata, buccia di arancia, continuare a lavorare. Aggiungere la farina, unita con il lievito, sbattere bene. Aggiungere 2/3 di gocciole di cioccolato e le nocciole tritate. Mettere il composto in una tortiera con carta forno, mettere le restanti gocciole di cioccolato, cuocere in forno caldo a 180 ° per circa 40-45 minuti.

Alessandro Ricchi


La recensione
Ouija







Debbie e Lane sono due bambine che cominciano a giocare per divertimento con una tavola Ouija. Le regole del gioco sono tre: non giocare mai da soli, non giocare in un cimitero e salutare sempre lo spirito. In oltre, Debbie confida alla amica che se guardi attraverso l’occhio della planchette, puoi vedere lo spirito con cui stai parlando. Passano gli anni e le due sono ancora grandi amiche. Debbie, però, infrange la prima regola e muore impiccata. Lane, addolorata, si chiede se la morte della migliore amica sia stata voluta da lei o se sia stata uccisa. Negli ultimi anni, sembra che il cinema horror si stia incartando su se stesso. Poche sono le eccezioni: Insidious, The Congjuring, La madre e Sinister. Come esempio di pessimo film, si può citare l’inconcludente 1303. Per il resto, calma piatta. Ouija si colloca nel giusto mezzo: non sorprende in quanto a originalità, ma almeno conserva una propria dignità. Il film è firmato da Stiles White, esordiente alla regia, ma con un forte background nell’ambito degli effetti speciali (Intervista col vampiro; Instinct; Il sesto senso). Non è un caso, infatti, che siano proprio gli effetti speciali la parte meglio riuscita dell’intero lungometraggio. Fantasmi e possessioni sono realizzata con dovizia di particolari e, bisogna ammettere, che non sempre ci si accorge che dietro c’è l’uso della computer graphic. Onore al merito. Il problema è la banalità di molte situazioni e gli stereotipi in cui si incappa, ormai, negli horror. E per cui l’opera di White si salva solo in parte. Molti accadimenti e molte concatenazioni di eventi sono gli stessi che ritroviamo in altri film di genere e alcuni settaggi sono davvero scritti male; non si spiega, infatti, come la nonna si scopra esperta di spiritismo solo alla fine del film e perché le due sorelle non si siano rivolte prima a lei. Come si dice in gergo: molte sequenze “sono telefonate”, ovvero si capisce cosa accadrà diversi minuti prima che avvenga. I personaggi sono piatti, molto monodimensionali e tendenti allo stereotipo. Davvero un brutto colpo, perché diversi fan del cinema horror attendevano Ouija con molte aspettative. Perché la “tavola degli spiriti” è uno dei fondamenti del paranormale e del sottogenere omonimo a cui molti lungometraggi fanno riferimento. Basti pensare che ne L’esorcista, la bambina viene posseduta proprio perché gioca da sola con la ouija e richiama a sé un essere maligno molto potente. Sicuramente, desta più curiosità la storia dell’entità DZ che tormenta Lane e i suoi amici, che qui viene poco analizzata e approfondita; chissà che non realizzino un prequel, visto che ora va molto di moda. Nonostante ciò, bisogna ammettere che in molte scene c’è una buona dose di suspense e che riesce anche a spaventare in tre, quattro momenti; sicuramente è poco per un film che si autodefinisce horror, ma è comunque sopra la media rispetto a pellicole davvero mediocri. Interessante è la questione della tavola degli spiriti intesa come “gioco” e non come strumento medianico; tant’è che i personaggi parlano sempre di “gioco” e di “voler giocare” con la tavola. Infine, nei titoli di coda campeggia la scritta “ispirato al gioco omonimo della Hasbro”. Alla fine di tutto, il film non aggiunge nulla di innovativo alla cinematografia, ma sicuramente, visto il successo al botteghino, ci sarà un seguito o, addirittura, una trilogia basata sulle tre regole e la prima è andata.

Elena Mandolini


Buone pappe e buon film!

©RIPRODUZIONE RISERVATA


Serata tipo - agrodolce

Oggi partiamo dal film. Un'opera controversa, che sta facendo commuovere e riflettere, ma che sta anche creando discordie tra diversi critici, che lo reputano un film creato ad hoc solo per vincere gli Oscar. Onestamente, noi facciamo parte della prima schiera ed Elena non rientra nei critici detrattori. Anzi. Stiamo parlando de La teoria del tutto, basato sulla vita di Stephen Hawking. Per un film agrodolce, abbiamo pensato di abbinarci un piatto altrettanto agrodolce, grazie sia alla crema di soia che al succo del limone: le Pappardelle al limone. 


La ricetta
Pappardelle al limone





INGREDIENTI per 2 persone:

-          5 nidi di pappardelle;
-          succo di un limone;
-          2 cucchiai di crema di soia;
-          1 cucchiaio di semi di finocchio;
-          1 cucchiaino di granella di pistacchi;
-          olio evo, sale, pepe nero macinato, paprika, curry, cannella macinata, salvia tritata, origano, parmigiano grattugiato: q.b.


PREPARAZIONE (20 minuti):

Preparare un’emulsione con limone, olio, pepe nero, paprika, curry, cannella macinata, salvia, origano, semi di finocchio e pistacchi. Mettere l’emulsione in una padella e scaldarla, aggiungere la crema di soia e amalgamare.
Cuocere in abbondante acqua salata la pasta, scolarla al dente e saltarla nella padella con la salsa intervallando acqua di cottura e parmigiano.
Impiattare con una spolverata di parmigiano.

Alessandro Ricchi


La recensione
La teoria del tutto





1963, il giovane Stephen Hawking è un cosmologo dell'Università di Cambridge che sta cercando di trovare un'equazione unificatrice per spiegare la nascita dell'universo e come esso sarebbe stato all'alba dei tempi. Ad una festa universitaria conosce una studentessa di lettere: Jane Wilde. Entrambi sono attratti l'uno dall'altra e, ben presto, Stephen invita Jane al ballo di primavera dove si scambieranno il loro primo bacio sotto le stelle. La loro storia d'amore viene ostacolata però dalla comparsa della malattia degenerativa di Stephen: l'atrofia muscolare progressiva. Una recensione molto difficile da scrivere dal punto di vista oggettivo. Perché La teoria del tutto è un film che ti colpisce al cuore con una forza incredibile e che ti lascia strascichi emotivi anche giorni dopo averlo visto. L’opera racconta la potenza di un uomo e il suo desiderio di vincere una malattia progressiva e invalidante, la voglia di salvaguardare il suo cervello, di preservare la sua indole, di continuare ad amare. La cosa più sorprendente è che tutto questo viene racchiuso in un unico e piccolo uomo, fisicamente, ma immenso nella sua intelligenza: Stephen Hawking.  La sorprendente storia del cosmologo, già conosciuta proprio in virtù della sua malattia, è l’esempio di come niente potrebbe fermare un uomo e il raggiungimento dei suoi obiettivi; neanche un’infermità. L’unico elemento che potrebbe bloccarlo è proprio sé stesso, cosa che non è accaduta a Hawking. Persino la sua ironia e autoironia non si sono spenti e, anzi, sono diventati il modo per esorcizzare l’inabile condizione fisica. Niente, però, sarebbe stato possibile senza l’amore di una donna: Jane. L’unica che riuscì a scuoterlo dalla prima depressione a seguito della drammatica diagnosi, che lo sostenne nel suo percorso accademico, a dimostrazione che anche nella realtà esistono grandi storie d’amore e non solo nella fantasia. Il film è tratto dal libro Verso l’infinito, scritto proprio da Jane e portato su grande schermo dal documentarista James Marsh. Davvero un ottimo lavoro, anche a detta della figlia di Hawking e Jane, che in molte interviste a dichiarato quanto il film sia aderente alla realtà e alle vicende personali della sua famiglia; anche nelle piccole cose, come la riproduzione fedele delle loro case. Non è un caso che anche Hawking stesso, a seguito della prima visione del film, si sia commosso. Notevole, infatti, è il lavoro fatto da Marsh: una regia pulita, elegante e raffinata. Intense le sequenze caratterizzate dalle soggettive emotive del protagonista (cioè mostrare e far capire attraverso immagini, cosa prova il protagonista), in cui ci mostra l’isolamento dato dalla malattia. E vi riesce attraverso immagini sfocate, audio sporco e assenza totale di colonna sonora nei momenti più difficili dell’uomo, legati al peggioramento fisico. Molto bella anche la sequenza finale: un lungo movimento a ritroso, che ha un forte richiamo con le teorie di Hawking e che è accompagnata dalla struggente melodia firmata dall’artista Ludovico Einaudi.  La fotografia di Benoît Delhomme e la colonna sonora di Jóhann Jóhannsson vanno di pari passo con la bellezza del film. La teoria del tutto si poggia, in primis, sulla bravura del cast e, soprattutto, dei due attori protagonisti: Felicity Jones ed Eddie Redmayne. Incredibile la sintonia tra i due, specialmente nei momenti in cui devono affrontare la comparsa della malattia. Senza la bravura di questi due attori, la magia del film non ci sarebbe stata. Sopra ogni cosa, al di là di tutto, rimane impressa l’immensa interpretazione di Redmayne: impossibile da descrivere a parole, bisogna vederla per capire quanto l’attore si sia calato nella mente e nel corpo di Hawking. Per le loro interpretazioni, i due giovani attori hanno già vinto il Golden Globe e sono stati candidati all’Oscar. Un film davvero indimenticabile.

Elena Mandolini 


Buone pappe e buon film!

©RIPRODUZIONE RISERVATA

martedì 6 gennaio 2015

Serata tipo - L'ultima botta

Ma che avete capito? Qui ci riferiamo alla botta di cucina in merito al periodo natalizio. E, visto che la Befana tutte le feste si porta via, eccovi il nostro regalo dolce per voi, ovvero il Crumble di Tony, una gustosa variante del più famoso piatto inglese e irlandese. Ovviamente Alessandro ci ha aggiunto dei gustosi ingredienti, rivoluzionando  la ricetta di base; in realtà di crumble ci resta solo la copertura. Per questo dolce, abbiamo pensato, per contrappasso, a un film leggero e spiritoso a tema succhia sangue: Aiuto Vampiro. Buona Befana!


La ricetta
Crumble di Tony





INGREDIENTI per 8 persone:

-          3 rossi d’uovo;
-          100 g. di zucchero;
-          100 g. di farina di riso:
-          100 g. di farina di grano duro;
-          4 cucchiai di olio evo;
-          1 pizzico di sale;
-          400 g. di ricotta di mucca;
-          1 manciata di scaglie di cocco;
-          2 manciate di nocciole tritate;
-          1 cucchiaio di cannella;
-     Crema di nocciole: q.b.
-          100 g. di zucchero a velo;
-          2 manciate di corn flakes.



PREPARAZIONE (30 minuti):

Formare una sorta di pasta frolla mescolando in una ciotola con una forchetta i rossi d’uovo, lo zucchero e l’olio. Aggiungere poco alla volta le farine e un pizzico di sale. Continuare a lavorare con la forchetta fino a formare un impasto morbido e compatto. Lavorare l’impasto con le mani e formare una palla. Ricoprire l’impasto con la pellicola trasparente e farlo riposare in frigo per 24 ore.
Togliere la pasta dal frigo, stenderla con il matterello formando un disco. Disporre il disco in una tortiera tonda con carta forno. Stenderci sopra la crema di nocciole, aggiungere le scaglie di cocco. Ricoprire il tutto con la ricotta precedentemente lavorata con lo zucchero a velo e la cannella. Ricoprire con le nocciole e i corn flakes.
Cuocere in forno caldo a 180° per 40-45 minuti.

Alessandro Ricchi


La recensione
Aiuto Vampiro





Darren è un adolescente modello: bravo a casa, diligente a scuola, persino corteggiato dalle ragazze. Il suo migliore amico, Steve, è l’opposto: introverso, tormentato e ribelle. Darren è appassionato di ragni, mentre Steve legge saggi e romanzi sui vampiri. Una sera decidono di andare di nascosto al Cirque du Freak, dove conoscono il ragazzo serpente, la donna barbuta, ed altri “mostri” da cui restano affascinati. E’ la moda del momento: vampiri. Il non morto è risorto diventando protagonista di nuovi film, e facendo tornare alla ribalta in Italia diverse saghe letterarie che non erano ancora giunte da noi. Per la gioia di editori e produttori cinematografici. Due le scuole di pensiero: i buoni e bravi, come Edward di Twilight, oppure i cattivi bevitori di sangue come altri film a tema più recente, come Daybreakers-L’ultimo vampiro. Attenzione però, anche nel film più truci e splatter, alla fine si scopre sempre che qualcuno con i canini ben affilati, prova ancora compassione per la razza umana, salvandoci dall’apocalittica estinzione. In fondo è una soluzione di comodo: come farebbero a sopravvivere senza sangue?
Aiuto Vampiro non fa eccezione per queste regole di base. Vi sono, infatti, i vampiri che si nutrono di sangue umano senza ucciderli, per cui senza diventare spietati assassini, ed i vampiri killer, che come suggerisce la parola stessa, non sono avvezzi a buone maniere. Nessuna novità per il resto del film: lotte di potere, scambi di sangue, scontri fra buoni e cattivi. L’unica vera sorpresa è la rottura della bella amicizia fra Darren e Steve, che inevitabilmente si vedranno schierati nelle file opposte della lotta, arrivando anche ad uno scontro fisico vero e proprio nel finale del film. L’unico vero motivo che punzecchia la curiosità e spingerebbe a vedere un possibile seguito. Il protagonista è troppo ingenuo e buono. Meglio costruito il personaggio di Steve che essendo pervaso da sentimenti più umani, quali passione, senso di solitudine ed incomprensione ed ancora rabbia e delusione, risulta più simpatico ed accattivante. Giocoforza i due attori: Chris Massoglia, belloccio senza espressività, che accentua la piattezza del protagonista, contrapposto alla bravura di Josh Hutcherson (Hunger Games) che contribuisce a rendere ancor più credibile il personaggio di Steve.
Una nota in più per John C.Reilly, ottimo nei panni del vampiro capo dei Freak, e la piccolissima parte di Willem Dafoe, che oscura persino la bella e brava Salma Hayek.
L’elemento che meglio resta impresso e più colpisce di tutto il film è la fotografia. Ottimo uso delle luci e dei colori, che vanno a ricreare un’atmosfera surreale ed evocativa quanto basta ad inquietare anche lo spettatore più adulto. Interessante in tal senso è la costruzione del Cirque du Freak: decisamente inquietante e affascinante allo stesso tempo.
In sostanza Aiuto Vampiro resta un film per adolescenti e gli amanti di genere, tratto dai primi libri della saga di Darren Shan, che nella speranza del regista Paul Weitz, avrebbe dovuto sostituire quello che è il vuoto nei cinema, dopo l’ultima avventura del maghetto Harry Potter.

Elena Mandolini 

Buone pappe e buon film!

©RIPRODUZIONE RISERVATA

domenica 28 dicembre 2014

Serata tipo - Capodanno in famiglia

Come promesso, oggi vi consigliamo un film coccoloso e che potrete vedere insieme ai vostri figli. Vi assicuriamo, però, che anche voi adulti troverete l'ultimo lungometraggio Disney un vero capolavoro dell'animazione. Stiamo parlando di Big Hero 6. Pensando a un Capodanno in famiglia, Alessandro ha pensato di abbinare al cartone una ricetta di sua invenzione, presa dal menù del suo Home Restaurant di Roma, proprio per festeggiare il Capodanno: Mezzi rigatoni con crema di zucca, pancetta croccante e ricotta salata di Bufala. Non ci resta che augurarvi una deliziosa serata in famiglia, un bel brindisi di mezzanotte accompagnato, come tradizione, dalle lenticchie! Insomma, tra mangiate, bevute e tombole, vi auguriamo un 2015 sereno e pieno di belle sorprese! Enjoy!!!!! Ele e Ale

La ricetta
Mezzi rigatoni con crema di zucca, pancetta croccante e ricotta salata di Bufala




INGREDIENTI per 2 persone:

-                     200 g. di mezzi rigatoni;
-                     300 g. di zucca;
-                     8 fettine di pancetta arrotolata;
-                     8 foglie di salvia;
-                     1 peperoncino;
-                     1 scalogno;
-                     olio evo, ricotta salata di bufala grattugiata, sale, latte di soia: q.b.;






PREPARAZIONE (20 minuti):

Tagliare la pancetta a striscioline e cuocerla in un padellino senza olio facendola diventare croccante. Tagliare grossolanamente la zucca e lo scalogno, soffriggere il tutto in una padella con il peperoncino, sfumare con acqua calda di cottura della pasta e cuocere per alcuni minuti. Aggiungere un pizzico di sale e metà delle foglie di salvia tritate. Frullare il sugo con il latte di soia creando una salsa cremosa. Aggiungere la rimanente salvia tritata e scaldare sul fuoco.
Cuocere in abbondante acqua salata la pasta, mantecarla nella padella con la crema di zucca aiutandosi con acqua di cottura.
Impiattare con una spolverata di ricotta salata di bufala e la pancetta croccante.

Alessandro Ricchi


La recensione
Big Hero 6




La storia si svolge nella frenetica e tecnologica città di San Fransokyo. Hiro Hamada è un giovane e geniale ragazzo che la notte partecipa ai bot duelli (incontri clandestini dove gli sfidanti fanno combattere dei robot costruiti da loro stessi che si svolgono nei vicoli e nelle zone più malfamate della città) dove frequentemente vince, ottenendo notevoli vincite di denaro. Dopo l'ennesima vittoria però alcuni giocatori decidono di impartirgli una bella lezione, dalla quale fugge con l'aiuto del fratello Tadashi, con il quale scappa per poi essere preso e imprigionato dalla polizia. I ragazzi vengono successivamente liberati e riaccompagnati a casa dalla zia Cass, la loro tutrice (i genitori sono morti quando Hiro aveva 3 anni). Una volta a casa, Tadashi parla a Hiro cercando di allontanarlo dalle bot fight e avvertendolo di non sprecare il suo potenziale, senza però essere ascoltato. Per farlo ragionare, Tadashi lo porta al San Fransokyo Istitute of Tecnhology con la scusa di accompagnarlo ad un'altra sfida. Qui Hiro fa la conoscenza degli amici di Tadeshi: l'atletica Gogo, il pignolo e precisissimo Wasabi, la maga della scienza Honey Lemon e il nerd e mascotte dell'istituto Fred, oltre che del mentore di Tadashi, il professor Robert Callaghan, direttore dell'istituto e scienziato di grandissima fama. Tadashi inoltre presenta a Hiro Baymax, un robot progettato per dare ogni tipo di assistenza medica e sanitaria registrata all'interno del suo chip medico. Più che convinto a entrare all'istituto, Hiro decide di portare un progetto alla serata di ammissione e, aiutato dal fratello e dai suoi nuovi amici.....
Quando si dice tornare bambini. Il nuovo film della Disney, Big Hero 6, è una vera goduria per i più piccoli e possiede il dono speciale di risvegliare il pupo più addormentato nell’adulto più disincantato. Baymax, questo simpatico robot infermiere, è il vero nucleo, il simbolo del 54° lungometraggio disneiano. Un personaggio ben costruito che è anche il simbolo di tutto ciò che di più buono dovrebbe incarnare un uomo: altruismo, generosità, amore e, come dice Baymax stesso, l’essere coccolone. Interessante, infatti, che proprio un androide, in teoria privo di sentimenti, diventi l’eroe buono nonché emblema del sacrificio umano; mentre l’Uomo sia il cattivo per eccellenza, che cade preda delle più basse pulsioni, come l’invidia e la vendetta. Uno degli archetipi più amati, nella letteratura e nel cinema, è il trasformare qualcosa di completamente inanimato in un soggetto vivente. Nel caso della fantascienza si parla di robot, di androidi, che rivelano una buona dose di umanità, all’interno dei loro sistemi operativi. Tra i casi più estremi, in tal senso, c’è A.I. -Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg, in cui un robot dalle fattezze di un bambino aspetta veri secoli che la madre (una donna umana) gli dica semplicemente ti voglio bene. Baymax non fa eccezione. Inizialmente e per ammissione del suo stesso creatore Tadashi, il robot è ciò che è, solo per via del chip, ma guardando il film è evidente che provi sentimenti umani e si affezioni incredibilmente al piccolo Hiro. Altro aspetto interessante da analizzare è come ormai la Disney focalizzi il concetto di amore non più tra uomo e donna, ma nel nucleo familiare. Il re leone, Up, Frozen, Maleficent e ora Big Hero 6 ne sono l’esempio lampante. I protagonisti trovano la loro salvezza non più tra le braccia del principe azzurro, o della principessa, ma bensì nell’abbraccio della famiglia; spesso i loro problemi e ciò che li chiama all’avventura, partono proprio da un grave lutto familiare o dal desiderio di salvarne un componente. Visto e considerato che spesso il cinema riflette o, addirittura, anticipa desideri, paure e aspetti sociali, è evidente che la Disney ha colto in pieno un cambiamento epocale: i giovani sono ormai smaliziati e non cercano più il principe azzurro, ma la sicurezza e la concretezza della famiglia. In oltre, alla base del film, c’è un insegnamento importante, mirato sia agli adulti che ai bambini: non bisogna lasciarsi guidare dalla vendetta e dal dolore, ma si deve elaborare il lutto e trovare la forza di andare avanti, anche grazie all’aiuto di parenti e amici. La voce di Baymax, in Italia, è stata affidata a Flavio Insinna che ha fatto davvero un ottimo lavoro e lo rende ancor più umano. Big Hero 6 entra di prepotenza tra i migliori film della Disney e, persino, tra i più belli dell’anno. Da vedere, ma attenzione alla lacrimuccia finale.

Elena Mandolini

Buone pappe, buon film e buona anno nuovo a tutti voi!

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venerdì 26 dicembre 2014

Serata tipo - Post festa

Buona sera a tutti festosi natalizi appena alzati dalle tavole! Avete finito di mangiare? Siete sazi tra piatti di pesce della vigilia e succulenti secondi di carne di Natale? E noi continuiamo a parlare di cibo! Quello che vi proponiamo oggi è un piatto nutriente, ma al contempo leggero. Insomma una ricetta ideale da preparare dopo i bagordi delle feste e adatta a chi, comunque, non vuole mettersi a dieta! E non dimentichiamoci di chi deve tornare in ufficio prima di Capodanno! Eccovi il Pollo all'arancia: da gustare con le mani. Visto, poi, che siamo in periodo di festa ed è un classico andare al cinema, vi consigliamo un film attualmente nelle sale, agrodolce e tragicomico: Storie pazzesche. Non ci resta che augurarvi buone feste e restate connessi perché tra domani e lunedì inseriremo un altro post con un film davvero coccoloso... Per sapere qual'è, stay tuned!


La ricetta
Pollo all'arancia





INGREDIENTI per 4 persone:

-           4/4 di pollo (1 kg);
-          un bicchiere di spremuta d’arancia;
-          1 manciata di mentuccia fesca;
-          olio evo, sale, pepe, paprika forte, aglio in polvere, timo, menta, semi di finocchio: q.b.


PREPARAZIONE (20 minuti):

Ricoprire bene i quarti di pollo con le spezie e le erbe aromatiche tritate e lasciarli riposare un’ora in frigo. In una padella mettere poco olio e cuocere a fuoco alto i quarti di pollo da entrambi i lati, far dorare e sfumare con la spremuta d’arancia. Continuare la cottura con coperchio a fuoco moderato per 15 minuti c.a. aggiungendo se occorre poca acqua.
Impiattare con una spolverata di mentuccia, fette di arancia e glassa di aceto balsamico.

Alessandro Ricchi


La recensione
Storie Pazzesche




Film a episodi: Pasternak; I ratti; Il più forte; Bombetta; La proposta; Finchè morte non ci separi. Prodotto e presentato da Pedro Almodovar, Storie pazzesche è frutto dell’ingegno di Damián Szifron. Feroce, ironico, grottesco e spiritoso è un film composto a episodi e, apparentemente, privo di legame. A occhio attento, invece, si può scorgere un forte filo conduttore: la vendetta. Tutte le storie che Szifron affronta si basano su ritorsioni e rappresaglie sia contro il Sistema (inteso come società), che contro le persone, soprattutto quelle a noi più care. Esempi lampanti sono gli episodi Bombetta e Finché morte non ci separi. Il primo è un chiaro attacco a quelle società di riscossione crediti, che abusano del loro potere e infieriscono sul cittadino comune, che spesso cade vittima di burocrazia creata ad hoc solo per spillare soldi; infatti, l’ingegnere protagonista dell’episodio, diventa una sorta di eroe, che ha alzato la testa, seppur con violenza, e riesce persino a riconquistare la moglie. Il secondo è uno dei più classici casi di vendetta legata al tradimento tra marito e moglie, che qui si sono addirittura appena sposati; lampante è il momento in cui i due si mettono a piangere e, per creare compassione e un precedente in un futuro eventuale divorzio, cercano di piangere sempre più forte dell’altro. Nonostante tutti gli episodi si basino su presupposti banali, la sceneggiatura fresca e i dialoghi accattivanti e al vetriolo, rendono Storie pazzesche un film godibilissimo e molto piacevole. In un certo senso, lo si potrebbe definire un film liberatorio dal punto di vista psicologico: tramite l’identificazione coi personaggi che si lasciano andare all’ira, alla disperazione e al dispiacere, viviamo il nostro momento di rivalsa e di ribellione. Chi infatti, non ha mai avuto la voglia di spaccare un vetro di fronte alle ingiustizie? Chi non ha mai voluto menare l’amante del proprio compagno? E chi non ha mai voluto far del male al guidatore che ci taglia la strada e ci manda a quel paese? O, più semplicemente, vendicarsi di chi ci ha fatto del male nel corso della nostra vita? Gli attori ben si adeguano a queste atmosfere, a tratti surreali, e con la loro bravura rendono ancor più piacevole la visione del film. Storie pazzesche è un’opera da scoprire, per prendere con ironia le sopraffazioni e le meschinerie dei tempi d’oggi.

Elena Mandolini

Buone pappe e buon film!

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giovedì 11 dicembre 2014

Serata tipo - Sarà un paese

L'idea di questo piatto è venuta ad Alessandro quando siamo andati a vedere un film che dovevo recensire: Sarà un paese. Si tratta dell'opera prima di Nicola Campiotti, un giovane e promettente regista italiano che, tramite metafore e favole, ci racconta senza peli sulla lingua i gravi problemi della nostra Italia. Per fortuna, il film è anche pieno di speranza per un futuro migliore, se, è ovvio, riusciremo a cambiare rotta in tempo. Proprio per questo, consigliamo la visione di quest'opera sia ai bambini che agli adulti, i quali sapranno spiegare bene ai loro figli cosa vuole dirci il giovane regista. Per accompagnare questo film, Alessandro ha creato un piatto che racchiude alcuni tra i più buoni e conosciuti prodotti nostrani. Eccovi, quindi la Calamarata con vongole, broccolo viola e bottarga. 


La ricetta
Calamarata con vongole, broccolo viola e bottarga





INGREDIENTI per 2 persone:

-          200 g. di calamarata;
-          300 g. c.a. di broccolo viola;
-          500 g. di vongole veraci;
-          1 spicchio d’aglio;
-          1 peperoncino;
-          olio evo, sale, prezzemolo tritato, bottarga di muggine grattugiata: q.b.


PREPARAZIONE (20 minuti):

Pulire il broccolo, tagliare le cime, lavarle e cuocerle al vapore per 5 minuti circa.
Mettere le vongole in una pirofila con acqua e sale per alcuni minuti, sciacquarle bene e metterle in una padella con l’olio, il peperoncino e lo spicchio d’aglio tagliato a metà e privato dell’anima. Cuocere con coperchio solo il tempo necessario per aprirle. Sbucciare tutte le vongole e lasciarle nella padella. Aggiungere le cime del broccolo, schiacciarle con una forchetta e amalgamare il tutto cuocendo per pochi minuti.
Cuocere la pasta in abbondante acqua salata, scolarla molto al dente e saltarla in padella. Aggiungere acqua di cottura all’occorrenza.
Impiattare con una spolverata di prezzemolo fresco e di bottarga.

Alessandro Ricchi



La recensione
Sarà un paese







Nicola è un trentenne laureato e con diversi master, che cerca disperatamente lavoro. Per sbarcare il lunario, fa il baby sitter del fratellino Elia, intelligente bambino di quinta elementare. Dopo l’ennesimo colloquio di lavoro deludente, Nicola decide di intraprendere col curioso Elia, un viaggio alla scoperta dell’Italia di oggi, tra i pochi pregi, tra cui l’animo umano, e i numerosi difetti, legati soprattutto alle istituzioni e al Dio Denaro. I pregi arriveranno solo alla fine di questo viaggio, ma, almeno, lo chiuderanno sul filo di una cosa chiamata speranza. Il giovane Nicola Campiotti, figlio d’arte, si cimenta per la prima volta dietro la macchina da presa. Per fortuna, non si tratta della solita commediola, non affronta adolescenti complicati, non racconta favolette. Sarà un paese è un’intelligente docu – fiction (incrocio tra documentario e finzione) che ci mostra i tanti disagi della nostra Italia. La fiction si basa sulla storia cornice di Nicole e del fratellino Elia, che seguono le false orme di Cadmo, per riscoprire a cosa corrispondano le moderne lettere del nostro vocabolario. Ogni lettera che i due incontrano, li porta alla storia di uomini e donne comuni, che affrontano ogni giorno difficoltà e tragedie legate al nostro paese in declino: quartieri multirazziali alle prese col razzismo, morti bianche, disoccupazione, emigrazione di cervelli, tragedie personali. Il tutto sullo sfondo di un’Italia che tenta di rimettersi in piedi e che, per fortuna, riesce a sopravvivere grazie a piccoli casi. Infatti, anche se nei tg non se ne parla affatto, ci sono paesi che hanno vinto lotte contro delle multinazionali straniere, che volevano solo costruire fabbriche e continuare, così, a inquinare aria e acqua; altri che riescono a costruire palazzi a km 0; altri che usano led anziché lampadine nei cimiteri, risparmiando energie e soldi; altri ancora che riescono a fare un’ottima raccolta della differenziata, partendo da una buona educazione scolastica. Campiotti dimostra di possedere già una buona padronanza della cinepresa e riesce a giostrarsi molto bene tra i suggestivi paesaggi nostrani e l’ottima fotografia di Leone Orfeo. Tutto il film gioca molto coi miti dell’antica Grecia, partendo proprio dal mito di Cadmo. Comunque, quello più preponderante, che si può scorgere tra le righe se si ascolta bene il film, è il mito greco di Pandora. Infatti, proprio come la giovane custode scoprì il suo vaso facendone fuoriuscire i cinque mali del mondo, anche Nicola ed Elia scoprono quello del Bel Paese, rivelandone le piaghe che lo affliggono da troppo tempo; per fortuna, esattamente come accadde a Pandora, i due fratelli trovano in fondo al vaso la cosa più importante, quella che potrebbe salvarci tutti: la speranza. Un film che dovrebbe essere proiettato nelle scuole e non solo per i bambini, ma anche per i loro genitori; per far capire loro che se non facciamo tutti marcia indietro, saranno proprio i loro figli a non avere un futuro. Da vedere.

Elena Mandolini


Buone pappe e buon film!


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sabato 22 novembre 2014

Serata tipo - Forza azzurri (di Rugby) 4

Continuano i Test Match per l'Italia di Rugby e continuano i nostri post per omaggiare Parisse, Castrogiovanni, Haimona e il resto dei nostri campioni della palla ovale. Oggi giocheranno contro il Sud Africa: una sfida importante e molto difficile. Visti, però, i risultati delle precedenti partite (una vinta e l'altra persa per pochi punti), non possiamo che essere fiduciosi! Per accompagnare la squadra vi proponiamo un dolce americano che abbiamo rivisitato a livello estetico, unendovi la bandiera italiana: eccovi la Italian Cheesecake! Per accompagnare il dolce, dopo aver visto la partita (mi raccomando, eh!), vi consigliamo il distopico Maze Runner - Il labirinto. Un film con un protagonista che, per sopravvivere, deve scattare e correre più veloce dei mostri che lo inseguono; insomma un vero rugbista che vede scattare e raggiungere la meta!


La ricetta
Italian Cheesecake




INGREDIENTI (per 8 persone)
-          400gr di biscotti Digestive (sono i migliori; altrimenti potete utilizzare dei biscotti alla frolla)
-          500gr di Philadelphia light o formaggio cremoso equivalente (anche quello senza lattosio se volete una torta più leggera)
-          350gr di ricotta
-          100gr di zucchero
-          160gr di burro
-          40gr di amido di mais
-          170gr di yogurt greco al limone
-          2 uova intere e 2 tuorli
-          Colorante alimentare color verde: q.b.
-          1 vasetto di marmellata ai frutti di bosco o fragole (l’importante è che sia di colore rosso)

 PREPARAZIONE (circa mezz’ora per la preparazione e 1 ora e 40 di cottura)

Prima di tutto un chiarimento: le dosi per la base sono state raddoppiate, in modo che la parte di colore verde fosse più evidente al taglio della torta; se volete preparare la classica Cheesecake, quindi, usate 80 gr di burro e 200 gr di biscotti. Tritare i biscotti fino a renderli una granella fine (se vi rimangono delle scaglie va bene uguale) e amalgamarli al burro fuso. Unire al composto il colorante alimentare, meglio se in gel, finché non otterrete un verde brillante; se avete difficoltà, potete sciogliere il gel in pochissima acqua calda. Foderate una tortiera col bordo a gancio con della carta da forno; sul fondo mettervi l’impasto ai biscotti, cercando di creare una base compatta e uniforme, aiutandovi con un cucchiaio. Mettere a riposare in frigo per circa una mezz’ora. Intanto preparate la crema. Amalgamate la ricotta e il formaggio, poi unirvi lo zucchero e mescolare finché non otterrete una crema. Aggiungere le uova e i tuorli uno alla volta (non aggiungere il secondo, se il primo non è stato ben assorbito e così via). Infine unirvi lo yogurt e l’amido di mais e amalgamare bene. Versare l’impasto sulla base dei biscotti e livellare bene. Infornare a 180° in forno caldo per circa 1 ora e 40 minuti; comunque fate cuocere finché il composto non risulti compatto (per capirlo scuotete con molta delicatezza la tortiera: se la crema al centro tremola come un budino, non è ancora cotta). Togliere dal forno e lasciare raffreddare. Sfornare e ricoprire la torta, bordi compresi, con la marmellata.

Alessandro Ricchi

La recensione
Maze Runner - Il labirinto




Thomas si risveglia in un ascensore; con lui ci sono dei contenitori con cibo e quant’altro contrassegnati con la dicitura WCKD. Quando l'ascensore raggiunge la cima, la porta si apre sopra di lui e si ritrova davanti un gruppo di ragazzi della sua stessa età. Non si ricorda niente, solo il suo nome di battesimo. Impaurito decide di fuggire, ma si ferma quando si accorge che è in una piccola radura circondata da enormi mura. Il leader del gruppo, Alby e il suo consigliere Newt spiegano la situazione a Thomas. Una volta al mese l'ascensore arriva alla superficie con i rifornimenti e un nuovo ragazzo. Il loro gruppo vive nella cosiddetta radura, circondata da queste mura altissime. Nessuno di loro riesce a ricordare nulla del loro passato o perché sono stati mandati lì e a ogni ragazzo viene dato un lavoro diverso. Alcuni sono costruttori, alcuni si dedicano all’agricoltura e altri sono velocisti e hanno il compito più importante di tutti: devono trovare una via d’uscita mappando il labirinto che circonda la radura. Infatti, tutti i giorni una porta delle alte mura si apre, consentendo ai velocisti di mappare il labirinto che, ogni notte, cambia aspetto. In oltre, i velocisti devono uscire dal labirinto prima che si richiuda, perché di notte escono i Dolenti, strani ragni robotici che uccidono i ragazzi o, peggio ancora, li infettano con strani pungiglioni, facendoli impazzire. Maze Runner – Il labirinto rientra nel filone ya (young adult – giovani adulti) che sta appassionando anche il pubblico più grande; basti pensare al successo di Hunger Games e il riuscitissimo Divergent. Come appeal e suspense, il film di Wes Ball si accosta molto a Divergent, superando di gran lunga i film con Jennifer Lawrence. Questo claustrofobico labirinto, al dire il vero su carta ancora più inquietante, rende questo gruppo di ragazzi isolati esattamente come la piccola popolazione di The Village di Shyamalan e li rende più adulti e obbligati a ricreare una loro società autonoma come nel Il Signore delle mosche, che non è esente da lotte di potere e invidie. L’inizio alla The Saw e questo senso di smarrimento e di ansia accrescono ancora di più quando si cominciano a comprendere le regole di questa Società e i meccanismi del Labirinto, che richiamano alla memoria il portentoso e ansiogeno The Cube, con mura che si muovono e cambiano posizione proprio come nel film del 1997. Insomma tante le citazioni e i rimandi ad altre opere, ma non per questo il film perde di freschezza e, anzi, si resta incollati allo schermo fino al portentoso colpo di scena finale. Buona la colonna sonora che cresce fino a toccare il suo culmine negli ultimi minuti di film. Bravo il giovane Dylan O’Brien (Thomas) e Kaya Scodelario. Se Twilight aveva sdoganato i film tratti da libri urban fantasy per giovani e Hunger Games ha dato una sferzata notevole al genere distopico, allora con Divergent si cresce di tensione e livello, mentre Maze Runner ne è il giusto proseguo. Chissà cosa ci regalerà il prossimo.

Elena Mandolini 

Buone pappe e buon film!

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